giovedì 1 maggio 2014

sulla burocrazia




Quale è la ragione della crescente distanza in termini di efficacia tra la burocrazia italiana e altre amministrazioni occidentali? Questa è forse una delle domande più importanti che la nostra classe dirigente deve affrontare. Personalmente ritengo, contrariamente a quanto il senso comune ci induce a pensare, che il problema non sia solo una questione di “riti amministrativi” e cavillosità formali, oltre che delle lungaggini amministrative che ne derivano. Questi sono solo i sintomi di un malessere più profondo aggravatosi attraverso i decenni. La crisi ha, infatti, dimensioni assai più profonde ed è figlia di processo involutivo dalle molte cause:

-          la grande propensione alla spesa di ingenti risorse pubbliche, ancorché a debito, che ha facilitato la tendenza allo spreco ed al clientelismo;
-          le logiche alla base dei processi di selezione del personale pubblico;
-          la grande spinta economica dei decenni passati che ha permesso all’operatore pubblico di ritagliarsi un ruolo dagli scarsi compiti propositivi e dal ridotto profilo tecnico (allora il sistema paese non necessitava di un attenta “mano pubblica”, essendo dotato di altri vantaggi competitivi: valore della lira, costo del lavoro, alta spesa pubblica, evasione tollerata, ecc.);
-          gli assunti ideologici alla base di molte normative di settore (si veda, ad esempio, il modello decisionale disegnato dalle Bassanini a valle degli scandali di tangentopoli);
-          il peso delle lobbies dei professionisti (sempre ben rappresente presso gli organi legislatori);
-          i sistemi di selezione della classe politica;
-          l’eccessiva vicinanza fra livello della decisione e consenso.

L’attuale stato di crisi che investe la pubblica amministrazione italiana è sicuramente di ordine sistemico e volendolo sintetizzare in un unico concetto lo si potrebbe definire come un disallineamento tra gli obiettivi realmente perseguiti dalla struttura della P.A. e gli obiettivi di “buon governo” richiesti dal Paese.


Entrando più in dettaglio potremmo definire la pubblica amministrazione italiana come viziata:

1)       dalla diffusione di processi decisionali estremamente frammentati in cui predominano l‘incertezza rispetto alla chiarezza e la “forma” degli atti rispetto al merito degli stessi;
2)       dalla mancanza di circoli virtuosi fra obiettivi da perseguire (da intendersi come obiettivi di buon governo) e risultati reali raggiunti;
3)       da una forma mentis e da competenze (anche tecniche) dei funzionari pubblici non indirizzate ad obiettivi di sviluppo ma solo di controllo;
4)       tendenza ad un eccesso di controllo, espresso per via regolamentare, tra governo e enti locali, tra amministratori ed uffici, tra uffici e privato, ecc; a fronte di un eccesso di potere trasferito dal “centro” verso la “periferia”.

La situazione non è quindi liquidabile in modo banale ed è risolvibile solo con interventi che incidano profondamente sulla natura e forma della pubblica amministrazione italiana. La crisi di sistema è così strutturale e permanente che ha ridefinito negli anni, soprattutto nel sentire comune, lo stesso ruolo della P.A.; persino i funzionari pubblici si percepiscono come “vidimatori” di proposte promosse da terzi invece che riconoscersi compiti di governo attivo a supporto del decisore politico. Fattori che assieme determinano un immobilismo dell’operatore pubblico che da anni mina il sistema economico della nazione e ne compromette la competitività ed attrattività agli investitori esteri.

Conscio che il problema è innanzi tutto di natura culturale e solo in decenni potrà essere superato, ma volendo comunque contribuire alla discussione in atto indicando proporrei i seguenti ambiti di azione lungo i quali intervenire in via prioritaria:

1)       il riordino dei modelli decisionali, con particolare riferimento alle scelte “complesse” e di livello strategico;
2)       il fattore umano (da intendersi come competenza, formazione, motivazione, ecc..);
3)       il riordino e snellimento delle procedure amministrative a fronte di più chiari obiettivi pubblici;
4)       la riduzione degli ambiti soggetti al controllo della p.a.;
5)       la sostituzione, nelle procedure minori, delle operazioni di controllo ex ante a favore di quelli ex post.


A partire da questi ambiti di azione, propongo qui di seguito quattro strategie ordinate a complessità crescente:

1- Riordino degli ambiti e degli strumenti di controllo della Pubblica Amministrazione.
Prima fase: ampliare significativamente le procedure soggette a mera “comunicazione” rispetto quelle sottoposte a specifico atto di assenso preventivo. La differenza, che pare di forma, è in realtà sostanziale: se il comune (prendiamo per esempio il settore edilizio) dovrà essere soltanto informato dell’esecuzione di un intervento libero ex lege, le verifiche non verteranno sulla legittimità (sede di ampie controversie e lungaggini), ma al più su questioni operative (sicurezza, sostenibilità ecologica, ecc.), più chiare ed oggettive. Sarà quindi necessario scegliere con lungimiranza l‘oggetto del controllo pubblico (da esercitare anche con visite in situ), i limiti dell’intervento “libero” (un esempio: tutto ciò che non ha rilevanza urbanistica può essere ricondotto ad edilizia libera) e gli oneri documentali relativi.
Un buon esempio a riguardo, sempre riferito al contesto edilizio ed urbanistico, è la normativa svizzera: due sole procedure ed una sola delle quali sottoposta ad “assenso”. In quest’ultima è anche prevista la partecipazione di terzi i quali potranno intervenire per difendere i loro interessi, ma con tempi certi e su questioni limitate.
Seconda fase: ridurre gli ambiti di controllo regolamentare ed uniformare le normative di settore lungo tutto il territorio nazionale. Le norme dovranno essere semplici e stabili nel tempo, con prescrizioni operative e non prescrivendo il rispetto di banali adempimenti formali (ad esempio deposito di un certo progetto, di relazioni di compatibilità, di asseverazioni, ecc.), sulla cui reale utilità permango profondi dubbi, ma dal considerevole onere per il cittadino medio. Controlli sul territorio, ancorché sporadici, eseguiti da persone qualificate sarebbero di sicura maggior efficacia e meno costosi per i privati. Già riordinare le normative vigenti prescrivendo di fornire all’ente preposto al controllo solo l’elenco di professionisti che assumeranno la responsabilità di ogni aspetto dell’intervento o della pratica, limitando la produzione al comune degli elaborati progettuali minimi indispensabili per fissare il titoli acquisiti, sarebbe un enorme risultato.

2- Procedure amministrative di assenso più efficienti ed aperte.
Sostituire la fase istruttoria delle procedure amministrative di assenso preventivo e non riconducibili alle comunicazioni di cui al punto precedente con un percorso di confronto e collaborazione diretta e rapida (incontri, riunioni e sopralluoghi devono sostituire le comunicazioni formali prodotte per sola via cartacea o telematica), sfruttando al massimo le potenzialità offerte dalle Conferenze di Servizio. L’efficienza del sistema sarà però condizionata dal grado di competenza ed autonomia decisionale che avranno gli attori coinvolti e dal quadro regolamentare di riferimento che dovrà riconosce ai decisori i giusti margini di azione, limitandosi a dettagliare gli obiettivi da perseguire e non regole da applicare (questo riflessione è valida soprattutto per il governo del territorio).


3- Introdurre nella P.A. competenze adeguate.
Grande limite della P.A. è stato il sistema di selezione del personale che ha negli anni privilegiato le competenze amministrativo-burocratiche rispetto a quelle critico-analitiche. Ne sono negli anni seguite alcune inefficienze divenute ora sistemiche:
- a funzionari p.a. selezionati per decenni senza competenze tecniche adeguate è divenuto necessario fornire norme e regolamenti di dettaglio in conformità dei quali operare. Questa impostazione appesantisce notevolmente i processi decisionali (una opzione non viene valutata in funzione della sua bontà ma della ammissibilità normativa) e priva il dipendente dell’urgenza di sviluppare competenze più elevate oltre che concorre all’ipertrofia normativa che caratterizza il contesto nazionale;
- si è diffusa la prassi di acquisire sul mercato competenze non presenti nella P.A.. Questa tipologia di supporto tecnico sconta delle inefficienze rilevanti, perché limitata nel tempo e a temi specifici oltre che essere condizionata della committenza (spesso politica), senza condizionare in modo positivo i processi decisionali che restano in capo alle strutture politiche o burocratiche; determinando, per contro, un grave esborso pubblico ed inibendo ulteriormente la formazione di competenze interne alla stessa P.A..

Nei decenni passati le tutte pubbliche amministrazioni progettavano ed intervenivano sul territorio anche con interventi complessi, mentre oggi il supporto di consulenti è imprescindibile. È infatti da anni che la P.A. riproduce al suo interno competenze non operative ma puramente di controllo burocratico.

4- Disegnare nuovi modelli decisionali (superare le Bassanini).
Immaginiamo che un operatore privato voglia presentare una proposta non perfettamente conforme agli strumenti urbanistici vigenti ma caratterizzata da una certa utilità pubblica. Ovviamente le strutture degli uffici tecnici saranno obbligate a rigettare la proposta perché non prevista dai regolamenti comunali approvati, prescindendo da ogni valutazione in ordine alla bontà della proposta stessa che spettano, per legge, agli amministratori eletti. Ma la parte politica, come sappiamo, non partecipa alle procedure amministrative ordinarie e per intervenire in modo fattivo dovrebbe essere prima coinvolta in modo informale (previo appuntamento da parte dell’interessato) e poi “convinta” a modificare le norme vigenti. Si avvia quindi una lunga fase di approvazione di nuovi regolamenti per finalmente procedere all’approvazione del progetto da pare degli stessi uffici tecnici che un anno prima l’hanno rigettato. Una procedura farraginosa, lunga, viziata da limiti di competenza (l’amministratore non sempre ha una visione tecnica adeguata), eccesso di potere e clientelismo, che costringe le nostre comunità ad una continua perdita di competitività ed attrattività. Manca in sintesi una sede decisionale che sappia valutare con competenza tecnica, potere, legittimità, efficienza ed efficacia tutte quelle questioni che le norme non possono valutare ed a cui le stesse norme dovrebbero lasciare sufficiente autonomia decisionale. Se il decisore eletto democraticamente potesse concorrere con il supporto dei funzionari e dei tecnici alle decisioni rilevanti, non avrebbe più bisogno di approvare norme dettagliate ed articolare per guidare l’operato degli uffici. Questa sarebbe la prima condizione per ridurre la complessità normativa, almeno a livello comunale.

È solo ridisegnando, quindi, i perimetri e le caratteristiche gli attuali “riti” amministrativi verso forme decisionali basate sulla collaborazione fra P.A. e proponente privato che si potrà superare la frammentazione decisionale introdotta dalle riforme Bassanini, rendendo la struttura dell’ente preposto al controllo adeguatamente flessibile e ricettiva in tempo reale delle proposte private presentate, coscienti che l’operatore privato, soprattutto negli interventi di trasformazione territoriale, non può più essere solo autorizzato a fare, ma dovrà anche essere supportato nella definizione dei contenuti progettuali così da garantire la giusta tutela degli obiettivi collettivi.
 

domenica 29 settembre 2013

I quattro livelli del cambiamento



Ho individuato i primi di questi “Peccati” nell’inapplicazione di alcune delle filosofie più interessanti contenute in quelle due ottime norme che furono la Legge Urbanistica del 1942 ed il D.M. 1444 del 1968 e che purtroppo, come spesso è accaduto nel nostro Paese, furono applicate in modo distorto ed approssimativo, specialmente dagli uffici tecnici delle nostre amministrazioni comunali, piuttosto che da reali errori di impostazione delle stesse norme (il che è già una gran cosa visto che nella nostra Nazione si tende più a scrivere norme partendo da impulsi di ordine ideologico piuttosto che su basi tecniche). Se leggiamo attentamente le due leggi citate, tenendo però ben presente quali siano state le soluzioni tecniche più diffuse in Italia dagli 50 anni, ci accorgiamo in fretta di una prima importante idiosincrasia tra filosofia alla base della norma e prassi operativa. Da un lato abbiamo infatti la 1150 che prevede in via prioritaria un preciso istituto per disciplinare in dettaglio la trasformazione urbanistica del suolo mentre dall’altro abbiamo gli strumenti nella realtà furono davvero a tal fine utilizzati. Ovviamente mi riferisco al Piano Particolareggiato da un lato e il Piano di Lottizzazione più Intervento diretto dall’altro. Già a partire dalle alterne fortune di questa dicotomia che si può cominciare a riconoscere il profondo scollamento di ordine metodologico tra il costrutto teorico introdotto dalla 1150, anche nella sua forma editata dalla Legge Ponte, e prassi diffusasi minutamente nelle realtà comunali, ma forse meno quali ne furono le conseguenze. Infatti, se da un lato le due norme concedevano all’intervento diretto un ruolo al più residuale tra gli strumenti preordinati alla trasformazione urbanistica del suolo, che sarebbe dovuta essere prevalentemente in capo ad uno strumento attuativo di promozione pubblica (sia per ragioni di obiettivi, sia per ragioni in ordine alle rendite fondiarie, ecc.), gli strumenti urbanistici realmente approvati hanno trasferito quasi in toto l’onere di regolare in dettaglio la progettazione del pieno-vuoto urbano e della costruzione dello spazio pubblico all’iniziativa privata, spesso minuta e su sole basi fondiarie.
Questa non è una questione ideologica ma profondamente tecnica: l’attore pubblico ha, così facendo, di fatto delegato il compito di progettare e regolare spazi collettivi, ancorché di scala urbana, a professionisti ed operatori che avevano come principale obiettivo, legittimo per carità, la tutela e la valorizzazione di meri interessi particolari. Tale comportamento si è ripercosso nei decenni sul controllo dei profili edilizi a chiusura degli spazi collettivi (quando previsti) e nella loro qualità e collocazione (sempre marginale all’impianto urbano di nuova realizzazione e mai al centro del progetto come invece la buona pratica insegnerebbe). Non voglio muovere una banale critica ai colleghi che mi hanno preceduto, anzi: il loro lavoro era, in prima istanza, sviluppare un progetto per la quota privata e nulla ad essi può essere mosso se non in termini di mera disciplina anche perché ritengo che non possa essere chiesto ad un privato di farsi carico di riconoscere, sviluppare e formalizzare l’interesse collettivo anche nei termini “spaziali” e così facendo pretendere di essere riusciti a costruire un pezzo di città pienamente efficiente e di qualità. Il primo peccato originale della nostra urbanistica è stata quindi la latitanza dell’operatore pubblico, sia inteso come organo politico sia come struttura tecnica preposta all’attuazione del P.R.G., sviluppatasi nelle pieghe delle norme vigenti e cullata dalla tentazione al “lasciar fare” di anni passati, piuttosto che della scarsa coscienza dei ruoli pubblici in urbanistica. A riguardo mi permetto di dire, banalmente, che l’interesse pubblico, formalizzato mediante azzonamenti anche di espansione, non si reifica con la costruzione dei volumi, ma nella realizzazione di adeguate porzioni urbani che garantiscano sia sviluppo armonico sia aumento della qualità di vita della città stessa. E lo strumento principe per attuare gli obiettivi di interesse pubblico contenuti nel Piano sarebbe stata la costruzione della la regola di dettaglio: il vecchio sano Piano Particolareggiato, che avrebbe sempre dovuto essere promosso dall’Ente e sviluppato da professionisti (meglio interni alla P.A.) da questi pagati e che avrebbero dovuto operare al riparo da interessi di piccolo cabotaggio (ripeto, legittimi). Lasciando poi perdere ogni ragionamento in ordine alla rendita fondiaria che il ricorso al Piano Particolareggiato avrebbe, in qualche misura, affrontato.
Il cuore di questa riflessione si basa su un banale assunto: la committenza è fondamentale per ottenere un buon progetto e la committenza privata, a meno che non sia particolarmente illuminata (tipo nobile che paga un grande artista, cose così insomma), non tende a declassare il proprio legittimo interesse in favore di quello collettivo, al più accetterà di contribuire ad esso nelle forme e nelle quantità previste per norma. Su quest’ultimo punto sono certo di aver detto cosa di senso comune e ritengo che la dicotomia obiettivi / comportamento delle persone o strutture, sia fondamentale per comprende le mancanze attuali della P.A. in ordine a molte questioni, compresa quella urbanistica.
Avendo vissuto già qualche anno nella P.A., posso testimoniare come anni di scarsa buona pratica urbanistica abbiano concorso, insieme alla sbagliata definizione degli obiettivi e delle competenze degli uffici urbanistica, all’annichilimento delle capacità e sensibilità progettuali degli stessi uffici di piano ormai ridotti a meri certificatori formali, spesso privi forza di proposta o di reali competenze nella gestionale del territorio e ben lontani dall’essere quel motore tecnico continuamente teso al perseguimento degli obiettivi strategici definiti dalla componente politica che servirebbe. In questa situazione scollata e farraginosa, nella realtà non governata se non nella misura trovata nel fragile e parziale concorso delle risorse, reali e progettuali, fornite a caro prezzo dalla proprietà fondiaria, che si è costruito il territorio della nostra Nazione, caratterizzato, in sostanza, da una non sufficiente presenza dell’operatore pubblico che avrebbe, invece, dovuto garantire massima operatività, almeno in termini progettuali. Oggi dobbiamo ricostruire a partire dalle risorse propositive proprie dell’attore pubblico, ma di questo mi occuperò più a valle assieme al concetto di “committenza” da riconoscere alla componente elette dell’Ente locale.

Il tempo e la modifica del titolo V della costituzione hanno poi compromesso quel quadro normativo di dettaglio da utilizzarsi per la stesura degli strumenti urbanistici comunali. La questione è sicuramente meno sottile delle precedenti, ma certamente molto più impattante sulla vita operativa di ogni professionista che si trovi ad operare in più realtà.

Altro elemento di farraginosità delle procedure di governo edilizio in Italia è causata dagli obiettivi di controllo assegnati ai comuni.

La necessità normalizzare il nostro sistema di governo/controllo della produzione edilizia trasferendo risorse dal controllo delle micro-questioni al governo delle macro-questioni, è indubbia e l’orizzonte di riferimento non può che passare per un ri-ordino delle competenze in capo dalle Amministrazioni Comunali che dal controllo di conformità dell’attività edilizia di iniziativa privata deve spostarsi verso la verifica del corretto sviluppo urbanistico del territorio mediante strumenti dedicati oltre che dall’assunzione di iniziativa quale principale attore della costruzione di territorio. E questo caso sì discostandosi fortemente dal ruolo riconosciuto al Comune sin dalla L.U. del 1942 che a questi assegnava “la vigilanza sulle costruzioni che si eseguano nel territorio del Comune per assicurarne la rispondenza alle norme della presente legge e dei regolamenti, alle prescrizioni del piano regolatore comunale e delle modalità esecutive fissate nella licenza di costruzione. Esso si varrà per tale vigilanza dei funzionari ed agenti comunali e d'ogni altro modo di controllo che ritenga opportuno adottare.”. Non è un problema di lana caprina specialmente in una fase storica come quella che la Nazione vive, in cui le risorse per fare territorio, e territorio pubblico in particolare, scarseggiano. Se la norma riconoscesse al comune non il compito di vigilare sul rispetto da parte dei privati delle molte norme vigenti in campo edilizio, ma semplicemente l’attuare i contenuti degli strumenti urbanistici vigenti, perseguirne gli obiettivi e vigilare che la produzione edilizia avvenga nei limiti dell’interesse e della sicurezza pubblica e della sostenibilità ambientale, demandando le verifiche delle normative edilizie minori e civilistiche ai professionisti, capiamo da soli quale cambiamento copernicano verrebbe profuso negli uffici comunali e dove il baricentro dell’operatività di questi si sposterebbe: dal “controllo del privati” al “governo della collettività”, e si tornerebbe anche ad investire sul territorio e se fosse anche in soli termini di progettualità, sarebbe comunque una rivoluzione rigenerante.
Ritengo che questo sia l’“orizzonte”: il punto di arrivo. Ma prima di giungere a questa rivoluzione copernicana nel fare territorio, nella nostra Nazione non sarà solo necessario ri-formulare norme e ruoli degli attori pubblici tuttora consolidati, ma si dovrà passare necessariamente attraverso un importate riorganizzazione del sistema delle professioni afferenti al mondo della produzione edilizia, responsabilizzando chi riveste compiti di pubblico agente sia verso il pubblico, sia verso il privato. E questo grazie a due :
-    sostituendo il controllo e gli adempimenti documentali preventivi verso l’ente controllore con una quota obbligata di controlli in cantiere e segnalando le situazioni difformi agli ordini di competenza e procedendo con gli atti conseguenti;
-     cambiando la forma degli ordini che dovranno farsi carico punire severamente episodi di scorrettezza dei loro iscritti segnalati dagli enti preposti al controllo edilizio;
Se da un lato il sistema dovrà chiedere una maggiore responsabilizzazione del professionista-certificatore verso il pubblico, è necessario, per contro, che lo stesso sistema conceda qualcosa, anzi, molto. Ritengo si possa mettere sul piatto una serie di interventi normativi volti a costruire un sistema di norme di settore in cui il progettista possa operare con certezze, un ambiente facile da interpretare, che gli garantisca i giusti livelli di autonomia e che sia caratterizzato da un’ampia omogeneità geografica. È cosa nota, infatti, che gli enti locali italiani abbiano spiccate tendenze alla sovrapproduzione normativa e, quindi, la potestà regolamentare sia una concessione eccessiva per il nostro contesto nazionale. Questo è certo uno dei principale e più rapidi ambiti di intervento (si fa per dire, essendo sempre politicamente difficile sottrarre un “privilegio” una volta concesso ad un soggetto).
Certo va ricordato che il legislatore, a valle del giugno 2001, da un lato ha sempre limato in favore di un aumento della responsabilizzazione del Professionista-Progettista, mentre dall’altro però ne ha aumentato le adempienze documentali verso il controllore preposto, denotando una spiccata schizofrenia. Non trovate?

Per avviare una fase di reale riordino del nostro sistema di governo del territorio, sarà necessario avere coscienza di quattro importati livelli di complessità che vanno oltre le criticità percepite dal senso comune e che come tali, spesso, fuggono dall’essere affrontate, ma che sono, a mio sindacabilissimo parere, le reali fonti della nostra situazione. Voglio essere chiaro su un punto: le analisi che seguono sono specifiche della nostra situazione normativa e sono funzionali ad un riordino del ruolo della Pubblica Amministrazione e degli uffici tecnici comunali preposti alla pianificazione del territorio. Ogni valutazione critica in merito agli attuali modelli di sviluppo economico che sfruttano rendita fondiaria e produzione edilizia per generare speculazione e facili economie, piuttosto che questioni altre, più afferenti al mondo della filosofia economica, li considero presi per buoni o vi rimanda ad altri futuri post. Questi sono problemi che gravano su molte economie capitaliste Italia compresa. A riguardo penso di avere troppo poco da dire se non qualche piccolo paletto operativo da porre dentro il piano di cui sicuramente vi parlerò in qualche post futuro.
(nuova classe dirigente)
P.A. e urbanistica! Quando si parla di P.A., governo del territorio e relativo rinnovamento, subito le mani corro alla semplificazione normativa, non è vero?
A riguardo vi pongo una semplice domanda: vi siete accorti che in Italia non c’è mai stata tanta burocrazia come da quando si è cominciato a legiferare per sburocratizzare?
Che cosa vi siete risposti? Però non fermatevi ad un classico: “è colpa di una classe dirigente inetta ed incapace di mantenere le promesse” o anche tutte le altre cose che dice Grillo e via discorrendo?
Ma sapete una bella cosa? Secondo me non è così. Io qualche modifica normativa l’ho letta e mi è parso, dico parso, che chi ha legiferato in questi anni lo abbia fatto con il preciso scopo di rende tutto più complicato: con dolo insomma. Ma perché vi chiederete? Forse perché chi legifera non si fida dei cittadini. Forse perché si preferisce evitare i controlli sul territorio (molto più rapidi ed efficaci, in realtà), moltiplicando i controlli su carta ex-ante. Forse per una forma mentis dello stesso legislatore che se non vede qualcosa scritto su carta bollata in triplice vidimata dalla commissione preposta non dorme la notte. O forse perché qualcuno ci mangia? In certa misura sono tutte plausibili, ma il fatto che ci sia molta gente che campi di burocrazia (e mi riferisco anche a chi sta fuori dalla P.A., perché gli uffici tecnici avrebbero altro da fare che spulciare i milioni di faldoni che vengono protocollati) e che questa sia stata così ben rappresentata in parlamento negli anni mi lascia qualche pensiero maligno….
Quindi confido in un parlamento di illuminati e che le lobby si mettano una mano sul cuore, perché nuove norme posso davvero servire a migliorare la complicatissima situazione nostrana.
Questo è il primo step per normalizzare sulla problematicità contesto italiano: selezionare una classe dirigente che realmente voglia diminuire il peso della burocrazia nel nostro Paese e, di conseguenza, ri-configurare il ruolo della P.A., passiamo al secondo.
(nuovo modo di scrivere le norme)
Quali strumenti questa generazione di politici illuminati avrà a disposizione per risolvere questo nodo gordiano?
Il più ovvio degli strumenti è la norma. Il problema sta però nel fatto che la nostra situazione è davvero difficile e per migliorarla servono leggi fantastiche, ottime (già: non basta siano “buone”), che siano scritte in modo nuovo: un modo semplice ed orientato all’operatività e libere da ogni forma ideologica. L’opposto di quello che si fa in Italia (per non parlare di Regione Lombardia). Devo essere norme che privilegino gli obiettivi rispetto alla forma e che individuino i primi considerandone i limiti di fattibilità, sia in ordine alle risorse disponibili che alle competenze professionali disponibili, sia in merito agli scopi da perseguire ed al netto di ideologie spicce piuttosto che da prassi consolidate.
Sul merito di questi obiettivi, sul loro raggiungimento e sulla sostanza degli atti dovrà essere posto l’accento la nuova formulazione normativa, che dovrà avviare anche una fase di depotenziamento del peso della forma e dei percorsi formali, della possibilità di ricorrere in sede amministrativa per la tutela di interessi iper-particolari, ecc. Questa nuova formulazione normativa introduce, ovviamente, una più ampia responsabilizzazione del funzionario tecnico della P.A. e nuove e più attive responsabilità a quest’ultima, la quale dovrà obbligatoriamente lasciare il ruolo di controllore a favore di un più attivo ruolo di “governo” caratterizzato da strumenti efficienti per perseguire obiettivi chiari, oltre a forme di controllo più diffuse.
(una nuova P.A.)
E questo è il terzo livello su cui dovrà operare: la ri-organizzazione funzionale della Pubblica Amministrazione per le parti preposte al governo del territorio.
Bisogna dare un po’ di fiducia ai nostri funzionari,
Non va infatti dimenticato che le regole, intese come puro corpus normativo, non sono sufficienti ad ottenere risultati accettabili se le teste delle persone preposte a compiti di governo (sia amministratori che funzionari)non sono adeguate. E con questo non mi riferisco all’incompetenza od al malaffare, ma piuttosto al sistema di selezione dei quadri tecnici della nostra pubblica amministrazione: non abbiamo progettisti, sociologi, economisti nella P.A. perché il sistema dei concorsi, come è attualmente formulato perchè basato sulla mera conoscenza della norma, premia il “burocrate”. Certo non è il momento di pensare a nuove assunzioni, ma ritengo per il futuro qualche pensiero a riguardo debba essere seriamente fatto, non dimentichiamoci infatti che la progettazione di opere pubbliche è stata per anni in capo alla stessa P.A..
(dei Professionisti)    
Molti problemi in ordine al governo del territorio sono riconducibili a carenze di metodo e di formazione in capo alla P.A. e, come sopra ho già illustrato, anche ad un eccesso di competenze, soprattutto in merito al controllo edilizio. Debbo però aggiungere alcune rapide osservazioni in ordine alla nostra nazione:
-          siamo un popolo abbastanza litigioso (basti guardare i numeri dell’avvocatura) e che difficilmente sa gestirsi in maniera autonoma;
-          siamo un popolo che fatica a riconoscere all’organo che lo governa la necessaria legittimazione per lasciarsi normare: tranne nel caso la legge in questione non risulti vantaggiosa al singolo (al netto di ogni discussione in merito alla qualità dell’attuale classe di governo);
-      siamo un popolo che preferisce avere a che fare con un ufficio tecnico comunale che sentire una serie di professionisti per le loro questioni (sia di ordine edilizio, tecnico, civilistico, ecc.). Vige ancora il modus operandi: “chiamo il sindaco o il mio amico in comune e gli faccio vedere io a questi qua”;
-       siamo un popolo che pur di scaricare sul pubblico i costi sociali propri della trasformazione urbanistica si staccherebbe un arto (sembra quasi una questione ideologica, davvero non so perché dia tanto fastidio fare il giusto parcheggio per un condominio di nuova costruzione, sicuramente abbiamo indici tirati, lo so, strumenti complicati, però dai..);
-         siamo un popolo con troppi professionisti iscritti ad ordini che li tutelano invece di tutelare i loro clienti e, un fine, questa corposa quantità di persone deve produrre un reddito.
In questo contesto, socialmente ed urbanisticamente parlando ed avendo come obiettivo la tutela dell’interesse collettivo, risulta difficile riconoscere piena responsabilità ai singoli professioni, sotto schiaffo dalla proprietà e, ovviamente, dalla attuale situazione economica, lasciando a loro in qualità di incaricato di pubblico servizio tutte le verifiche di compatibilità urbanistica e geologica necessarie ed il rispetto delle norme edilizie e civilistiche.